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Il cinema di ieri conferma che il razzismo in America non cambia mai

Alcuni articoli su una vecchia rivista del 1951 affrontano il problema della connivenza bianchi e neri oltreoceano

“In una piccola comunità del West americano, una bimba negra precipita in un profondo e vecchio pozzo abbandonato da anni. Lo sceriffo del luogo incomincia le ricerche, quando si sparge fulminea la voce che la bimba è stata vista, poche ore prima della sua scomparsa, in compagnia di un bianco, che la polizia riesce ad arrestare: ma il bianco è parente di una influente personalità del paese, e i negri cominciano a pensare che il colpevole sfuggirà al castigo.

L’irresponsabilità di alcuni giovani, lo spargersi di false voci, il dolore della madre che invoca il ritorno della figlia, il silenzio dell’uomo sospettato di un nefando crimine, le manovre della polizia che cerca di tenere sotto controllo la situazione: tutto questo porta all’inevitabile conflitto fra le due razze, con il primo doloroso strascico di morti e feriti. Siamo alla viglia dei tristemente famosi “racial riots” (conflitti di razze) e ci si arma fino ai denti. In quel tragico momento, mentre la Guardia Nazionale tarda ad arrivare per riportare l’ordine, mediante la legge marziale, in una comunità afferrata alla gola dalla bestia della brutalità, mentre lo sceriffo arma un gruppo di cittadini bianchi e neri, formando un corpo di “vigilanti” che dovranno sparare senza pietà sui perturbatori, la grande notizia calma gli animi, fa deporre le armi. La bimba è stata ritrovata; un fanciullo bianco ha sentito i lamenti provenire dal pozzo abbandonato“.

La Bambina nel Pozzo

Questa è la trama di The Well (uscito in Italia come “La Bambina nel Pozzo”), un film diretto da Leo Popkin e Russell Rouse, riportata sulla rivista Cinema del 1° Novembre 1951 all’interno di un articolo sulle opere americane intese ad affrontare il “problema negro” negli Stati Uniti d’America. Quando ho aperto per caso la vecchia rivista recuperata a un mercatino prima dell’inizio del lockdown e mi è capitato di leggere questo articolo, non ho potuto fare a meno di notare la sua estrema attualità visti i fatti che stanno coinvolgendo il popolo americano in questi giorni con le continue proteste in seguito alla morte di George Floyd.

Tuttavia è anche demoralizzante constatare che dagli anni ’50 ad oggi non è poi cambiato molto e la pacifica connivenza che si sperava all’epoca ancora sembra impossibile. Il giornalista Giorgio N. Fenin sottolinea nel suddetto articolo come il film The Well riesce a costruire sagacemente lo sviluppo della intolleranza razziale trovando un lieto fine con una seconda parte concentrata sugli uomini che iniziano a lavorare insieme anche se pochi istanti prima erano pronti a scannarsi.

La bambina nel pozzo

Il motivo ideale che accomuna bianchi e neri viene rappresentato dalla forza del lavoro che è intesa come tributo per salvare una vita umana, e nel contempo espiazione per le vite spente durante il conflitto razziale” scrive Fenin, aggiungendo alla fine una riflessione che propone una tremenda prospettiva che lascia perplessi: “…se la fanciulla non fosse stata ritrovata che molto più tardi, quando la piena esplosione della furia razziale avesse provocato le sue vittime innumerevoli? Cosa sarebbe successo?“.

Il razzismo secondo Richard Wright

L’articolo di Giorgio N. Fenin è seguito subito dopo da una interessante intervista a Richard Wright, attore e sceneggiatore di colore che in quegli anni a Hollywood ha incontrato non poche difficoltà, come è stato raccontato recentemente dalla serie tv Hollywood su Netflix. “Il problema che mi sta più a cuore e non da pochi anni, è quello dell’affrancamento della mia razza dalla condizione di inferiorità in cui attualmente si trova. In ogni opera narrativa che ho scritto mi sono sempre posto questo obiettivo, e non vedo perchè dovrei mutar rotta nelle mie esperienze cinematografiche” ha detto Wright al giornalista Tom Granich nel 1951.

Native Son (Paura)

Una cosa è certa, non intendo rinunciare alla lotta dei miei fratelli di colore” ha aggiunto, sembrando una sorta di Spike Lee dell’epoca che non perde occasione per far parlare i suoi film della condizione della comunità afroamericana negli Stati Uniti. Negli anni ’50 molti hanno accusato Richard Wright di “opporre a un razzismo di colore bianco un altro razzismo, quello nero“. Ma lui ha sempre difeso la sua idea precisando che “chi lo accusa di questo non ha capito la differenza tra lui e Hitler“. A parte il suo film più noto Native Son (Paura), Wright non ebbe una prolifica carriera cinematografica, fino alla sua morte nel 1960 a soli 52 anni.

 

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